E’ D’OBBLIGO STAR BENE
MARCO CIMAGLIA
Il 14 dicembre ho avuto
(purtroppo) necessità di rivolgermi all’ospedale S.Eugenio; con forti dolori dovuti a coliche renali mi
sono recato al pronto soccorso, e giunto al banco dell’accettazione, ho dovuto
attendere un po’ prima di riuscire ad attirare l’attenzione degli addetti che
erano presi a parlare (e fumare!) in un
piccolo locale attiguo.
Spiego
i sintomi e mi viene porto un modulo da compilare:” si accomodi, chiamiamo
noi”.
Mi metto in attesa in una sala
attigua, dove impera un cartello che indica le priorità di accettazione,
attribuendo ad ogni paziente un codice colorato, graduato secondo la priorità
dell’intervento. Successivamente riesco a sapere che mi è stato attribuito un colore, ma non so da chi, perché
l’unica persona con cui ho parlato all’accettazione sicuramente non era un
medico.
Il
cartello che indica le priorità ha una frase finale che dice all’incirca così:
“ se state aspettando significa che c’è
qualcuno che sta peggio di voi!”.
In sala d’attesa ci sono,
fortunatamente, poche persone: due bambini con i genitori ed un adulto; il
bambino più piccolo sta in braccio alla mamma, che mi dice che è più di un’ora
che attende. Penso al cartello, e mi metto anch’io in paziente attesa, i dolori
non mi lasciano; la sala è piuttosto fredda e certo ciò non aiuta il mio
problema.
La sala è sporca, sia i pavimenti
che le pareti, alcuni sedili divelti, tappezzeria strappata dalle pareti; uno dei genitori dei bambini tenta di
accendere un televisore posto in alto: passa un infermiere e dice “lasci stare,
è finto”; “come è finto?” rispondiamo, “si” dice l’infermiere “è stato
posizionato ma mai collegato!”.
Arriva
nel frattempo un’ambulanza della forestale; l’agente che la guida si avvicina
al banco e chiede l’aiuto dei barellieri:
lo fanno attendere, ma non si vede nessuno del personale propenso a
coadiuvarlo: il ferito ha bisogno di cure, per cui l’agente si avvale di
estranei alla struttura ospedaliera per far scendere la barella con il ferito;
del personale al banco accettazione solo uno si avvicina per curiosare, mani in
tasca, per poi rientrare alla propria postazione.
Dopo
un’ora chiedo a che punto sono nelle priorità di entrata al pronto soccorso
anche perché la sala è sempre più fredda: spiego nuovamente il mio caso perché
nel frattempo ci deve essere stato un cambio turno, dato che le persone al
banco non sono più le stesse.
Finalmente
sono al cospetto del Medico: mi chiede che cosa ho avuto, guarda le precedenti
analisi, mi visita, conferma la diagnosi. E’ professionale.
Peccato che la visita, durata
pochi minuti, venga interrotta quattro volte dai suoi colleghi, di cui uno in
particolare: prima lamenta che ha problemi con la mamma che accompagnava il
proprio bambino (che ha atteso, in fine, quasi due ore!) e che sta protestando
in maniera energica; dopo poco ritorna per rappresentare che non può continuare
la visita perché se no non trova più niente da mangiare alla mensa: tutto
questo incurante della presenza di un paziente/utente.
Esco
pensando al costo delle strutture pubbliche ospedaliere, ai professionisti che vi lavorano ed alla
pessima immagine che alcuni di loro riescono a trasmettere agli utenti.
Il
mio caso era piuttosto banale rispetto a ciò che si vede nei pronto soccorso;
ma ciò che necessità ad un paziente in attesa di assistenza medica è di essere
immediatamente informato, confortato, assistito, perché chi si rivolge ad un
pronto soccorso ha generalmente situazioni dolorose in atto, alle quali non si
può consentire che si aggiungano sensazioni di abbandono o di indifferenza,
come è avvenuto, o come abbiamo creduto di trovarci, noi che eravamo lì il 14
dicembre.